"Dai, che non è niente": l'importanza di legittimare il vissuto dell'altro

E' capitato a tutti noi di osservare, o di vivere, una scena di questo tipo: un bambino cade, si fa male e piange. L'adulto si avvicina e gli dice "non è niente". Il senso comune ci suggerisce che non c'è niente di sbagliato: il bambino sta male, proviamo a consolarlo, dicendogli che il danno è piccolo, che passa subito, che non si è fatto niente. Alcune volte funziona, il bambino si fida dell'adulto, se i grandi dicono che non è niente, non è niente. Gli adulti sono loro, avranno ragione.
Ma avviene anche qualcos'altro. In quel momento arrivano involontariamente al bambino molteplici messaggi impliciti. Insieme al "non è niente", il bambino capisce anche che non può fidarsi delle proprie sensazioni: io sento dolore, o sento paura, mamma mi dice che non è successo niente, che non devo piangere, queste due esperienze parallele sono in conflitto tra loro. Può essere che non si sia effettivamente fatto niente, ma si è spaventato. Il bambino quindi sperimenta un dilemma: mi fido di ciò che sento io, e quindi mi fido delle mie sensazioni fisiche e dei segnali interni del mio corpo, o mi fido di mamma?

In generale, da un punto di vista evoluzionistico, la seconda opzione risulta più adattiva: mantenere una rappresentazione affidabile del genitore, a discapito dei propri criteri interni. In altre parole, meglio credere a mamma perché mamma è quella che mi protegge, ho bisogno di continuare a credere che lei dica la verità e sappia cosa è giusto, anche se questo significa che io non so cosa sento, o (peggio ancora) che quello che sento è sbagliato.
Può sembrare una lettura estrema, ma funzionale a riflettere su un tema importante che spesso viene sottovalutato: perché è così difficile legittimare il dolore dell'altro? Perché facciamo così fatica a cogliere l'altra persona nel punto in cui si trova, senza cedere all'urgenza di provare a spostarla da ciò che sente, di correggere le sue emozioni, di trovare una soluzione? Questo emerge molto chiaramente nelle interazioni tra genitori e figli (ma non solo, come vedremo). Durante i percorsi di supporto genitoriale, noto che spesso molti dei conflitti nascono proprio dalla difficoltà dei genitori di tollerare la sofferenza dei figli, da una sorta di urgenza di consolare, di modificare istantaneamente l'emozione del bambino. Questo movimento, seppur sostenuto da una sincera volontà di aiutare e fornire supporto, provoca solitamente effetti indesiderati, una chiusura, un'escalation di reazioni comportamentali. Perché ci viene così difficile, di fronte alla frustrazione dei nostri figli, assumerci la responsabilità di stare nella tempesta emotiva, di legittimare quell'emozione? Non il comportamento (che a volte può essere disfunzionale e quindi va contenuto e gestito), ma l'emozione che lo provoca. Perché sentiamo l'urgenza di contenere, di spegnere immediatamente l'incendio? Non si tratta solo del desiderio genitoriale di aiutare. Talvolta l'urgenza di consolare un bambino nasce dalla difficoltà dell'adulto di tollerare il suo pianto: ci si può sentire impotenti, preoccupati, in colpa o tristi. Farlo smettere di piangere ci permette di stare meglio. Ma c'è qualcosa di più. E' come se non fossimo abituati, culturalmente e affettivamente, a tollerare le emozioni spiacevoli dell'altro senza intervenire per modificarle. E' come se avessimo appreso che ci sono emozioni che vanno soppresse, eliminate, nascoste o almeno contenute e superate il prima possibile. E invece molto spesso ciò di cui l'altro ha più bisogno è proprio questo: l'esperienza affettiva di una relazione che resiste nonostante la tempesta emotiva. Quando nostro figlio adolescente prende un brutto voto, possiamo resistere alla tentazione di commentare "Non è mica la fine del mondo! Ci sono cose più importanti nella vita". Non perché non sia vero: effettivamente non è la fine del mondo. Ma in quel momento forse per nostro figlio lo è. Il brutto voto potrebbe rappresentare per lui un fallimento? Un'occasione in cui si è percepito inferiore agli altri, nel confronto con i compagni di classe che hanno preso un voto più alto? Può essersi attivata la paura di deludere le nostre aspettative, o quelle dei professori? Se ci affrettiamo a ridimensionare il problema, non lo sapremo mai. E in più rischiamo di comunicare "il modo in cui lo stai affrontando è sbagliato/eccessivo/stupido". Meglio provare con "Ci tenevi tanto, non è andata come volevi, ci sta che faccia male. Che significa per te questo voto?".

Questo vale per la relazione genitori-figli, ma anche per gli altri rapporti significativi della nostra vita. Quante volte ci è capitato di condividere un problema personale, di parlare di un nostro vissuto, e sentirci dire "non devi prenderla così", "stai esagerando", "tirati su", "ci pensi troppo". Anche quando questi messaggi sono sostenuti dal desiderio autentico di supportare, il risultato indiretto è che sminuiscono il vissuto dell'altro, impediscono una reale e profonda condivisione, limitano la possibilità di far sentire l'altro effettivamente compreso.
L'amica soffre per una relazione finita, e ci viene da dirle "ma dai, non era la persona giusta per te. Ne troverai un altro, non devi starci così male!". Un tentativo di consolare, di dare speranza può facilmente arrivare come una squalifica, un giudizio, come "stai soffrendo per qualcosa per cui non vale la pena soffrire". Validare invece suona più come "anche se la relazione non funzionava, ha senso che tu ci stia male, immagino che perdere quella persona sia comunque doloroso".
Forse dovremmo tutti imparare meglio questa abilità, di validare ciò che l'altro prova anche se non lo comprendiamo fino in fondo, anche se ci sembra esagerato, anche se è faticoso o frustrante non poter subito modificare lo stato emotivo dell'altro. Dovremmo riuscire a vedere che alcune modalità con cui cerchiamo di "consolare" o "ridimensionare" il vissuto dell'altro finiscono per sminuire o delegittimare. All'altro arriva il tentativo di consolazione, ma gli arriva soprattutto il giudizio implicito "sei uno stupido a starci così male".
Il problema di legittimare l'altro si intensifica quando succede che prendiamo sul personale il dolore dell'altro. Il figlio che dice di sentirsi poco ascoltato e il genitore che reagisce con "Ma come? Non vedi che io ho sempre fatto tutto per te". Il partner che dice di sentirsi solo nella relazione e riceve come risposta "Ma come puoi dire così? Io ci sono e faccio mille cose per noi". Il vissuto dell'altro viene immediatamente preso come un giudizio su di sé. Se il partner si sente solo, vuol dire che io non vado bene, che sono un partner inadeguato. Per proteggersi da questo sentimento, si finisce per attaccare o invalidare il vissuto dell'altro. Che si può fare per validare e favorire un dialogo costruttivo? "Mi dispiace che tu ti senta così, vorrei capire in quali momenti ti senti più solo, se ci sono delle cose che forse non vedo".

Che significa, dunque, legittimare l'altro? Significa decentrarsi da sé, dalla propria urgenza di consolare, e creare uno spazio in cui l'altro possa esprimere anche emozioni scomode, senza che queste vengano prese sul personale o giudicate. Significa stare, ascoltare e fornire all'altro l'esperienza di una relazione che regge e non traballa in presenza di emozioni più disturbanti. Significa a volte anche evitare di fornire consigli, soluzioni. A volte l'altro non è ancora arrivato al punto di poter valutare possibili soluzioni, magari sta ancora cercando di elaborare ciò che è successo, di capire come si sente a riguardo, o ha solo bisogno di essere ascoltato. I consigli prematuri possono farlo sentire pressato o non capito. Meglio una domanda in più, chiedere ad esempio esplicitamente "hai bisogno di consigli o solo di parlarne?"
Altre volte il nostro tentativo di offrire vicinanza assume la forma di un eccesso di positività, la cosiddetta "positività tossica". Ad esempio, nostro figlio ci racconta una delusione amorosa e noi rispondiamo con ottimismo, dicendo "vedrai che andrà tutto bene, devi essere positivo!". Cerchiamo di proteggerlo dalla tristezza, ma nei fatti gli stiamo chiedendo di uscire dal suo dolore senza dargli la possibilità di attraversarlo. E' una richiesta ingiusta, oltre che irrealistica, perché non tiene conto del punto in cui si trova lui e trasmette l'idea che la tristezza sia un errore da correggere, anziché un'esperienza da attraversare e comprendere.
Perché la legittimazione è così importante? La maggior parte di noi probabilmente non ha vissuto delle relazioni sempre validanti e attente a legittimare gli stati emotivi. E possiamo sentire le ripercussioni di queste esperienze sulla nostra pelle. Quando stai male riesci serenamente a prenderti un giorno dal lavoro o ti viene da domandarti se stai abbastanza male da giustificare un'assenza? Quando si avvicinano le feste natalizie e devi rivedere la tua famiglia disfunzionale, riesci a scegliere liberamente se e come vederli o senti che le tue resistenze non sono legittime? Quando qualche persona invade i tuoi spazi, riesci a mettere dei sani confini o fatichi a sentire le tue esigenze come valide? Ecco perché è importante curare questo aspetto nelle relazioni, sia con i nostri figli sia con le altre persone significative della nostra vita. Per non generare o alimentare delle ferite che poi possono continuare a far male anche a distanza di tempo.
E come si fa? Quando l'altro sta male, prima di dare consigli o spostare la sua attenzione, proviamo a fermarci un momento, a fare una domanda in più, a validare l'esperienza dell'altro, a comprendere il significato personale di ciò che sta vivendo. Anche se ci sembra sproporzionato, se sta sperimentando quelle emozioni ci deve essere un senso, anche se a noi può sfuggire. Se nostro figlio dà i numeri di fronte ai compiti di grammatica, possiamo scegliere se dirgli "sei sempre il solito esagerato" oppure "vedo che stai facendo fatica, che succede?", "capisco che non sia facile, io sono qui con te". Se il nostro partner è triste, possiamo scegliere se dirgli "tirati su, dai che si risolve tutto", oppure soffermarci un momento, offrirgli vicinanza, restare anche in silenzio senza per forza tentare di rimuovere le emozioni scomode.
A volte è proprio questo ciò che cura, e che fa arrivare all'altro: "le tue emozioni vanno bene, non sono un problema", "io ci sono anche se non sei al top, mi vai bene e la nostra relazione resiste anche se in questo momento non ce la fai", "ti accetto anche se vuoi stare da solo ora". Questo può avere un potere trasformativo sulla relazione, aumenta il livello di sicurezza e fiducia reciproca, il livello di vicinanza e di connessione.
Legittimare l'altro non significa dargli ragione, condividere ogni sua scelta o mettere in secondo piano il nostro punto di vista. Significa fare un atto di sincera disponibilità verso l'altro, comunicargli che la sua esperienza ha senso, ha valore e merita spazio, anche quando è difficile attraversarla o starci accanto. Accettare che il dolore dell'altro non sia necessariamente un giudizio su di noi e che a volte tutto ciò che serve è rallentare e restare, insieme, nella tempesta.
Dott.ssa Serena Tomassetti





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